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Ambiente & Veleni
8 Aprile 2016 | di

Referendum trivelle, Ravenna è per il ‘No’: “Occupazione a rischio”. Ma intanto la capitale dell’offshore sta sprofondando dentro al mare: “Tornerà palude”

Ravenna è la Aberdeen d’Italia. Così come la città scozzese è la capitale del petrolio offshore europeo, il capoluogo romagnolo è leader nell’estrazione del gas. Davanti alle sue coste si contano 319 pozzi collegati a 47 piattaforme: la metà di tutte quelle presenti sul territorio nazionale. Peccato che molti impianti ricadano entro le 12 miglia, quindi con l’eventuale vittoria del Sì al referendum del 17 aprile dovranno chiudere una volta scadute le concessioni. Massimo entro il 2027. Ma, come ha spiegato il governatore pugliese Michele Emiliano durante l’ultima direzione del Partito democratico, “possono essere concesse altre proroghe al concessionario se ha adempiuto a tutti gli obblighi”. Nonostante le pesanti ricadute ambientali delle trivelle, in città il fronte contrario alla tornata è forte: dall’amministrazione comunale guidata dal Pd, ai chimici della Filctem-Cgil fino a tutte le industrie che lavorano nell’offshore.

Gianluigi Bambini, leader dell’omonima impresa di servizi alle piattaforme ha già licenziato 21 dipendenti per “colpa dell’incertezza” provocata dalla vulgata referendaria. Gli fa eco Franco Nanni del Roca, l’associazione dei contrattisti dell’offshore: “Col Sì al referendum rischiano il posto 6700 persone”. Dal canto suo la Fiom-Cgil risponde che l’occupazione si difende votando per lo stop alle trivelle. “L’epoca dei combustibili fossili sta volgendo al termine bisogna prepararsi per tempo”. Ne è consapevole Stefano Silvestroni, vicepresidente della Rosetti Marino, una delle aziende leader nella costruzione delle piattaforme, che però specifica: “Il metano è l’energia giusta per farci fare il salto alle rinnovabili fra qualche decennio”.

Nel frattempo però Ravenna sta sprofondando a causa del fenomeno della subsidenza. Secondo alcuni studi, la principale causa dell’abbassamento del suolo è l’attività delle piattaforme più vicine alla costa. Come Angela Angelina, di proprietà dell’Eni che si trova a solo un chilometro e mezzo da Lido di Dante: negli ultimi 20 anni, da quando l’impianto è stato istallato, la terra è sprofondata di 45 centimetri. Il risultato? La spiaggia e la pineta sono quasi perdute perché il mare le ha invase e da qualche anno a ogni mareggiata anche l’abitato finisce sott’acqua.

La situazione è così grave che il comune, in nome della lotta alla subsidenza, ha annunciato il benservito al Cane a sei zampe chiedendo la chiusura dell’Angelina (la cui concessione è in scadenza nel 2027). I comitati ambientalisti sottolineano che è troppo tardi e parlano di mossa elettorale del Pd per disinnescare il referendum e vincere alle prossime amministrative. Per capire quale sarà il futuro del Lido di Dante basta andare a farsi un giro a Nord di Ravenna: a Marina Romea, dove al largo sono state istallate le prime piattaforme negli anni ’70. La spiaggia è completamente sparita e grossi argini “all’olandese” difendono la terraferma dall’avanzata inesorabile del mare. “La zona tornerà come era migliaia di anni fa – constata amaro Claudio Mattarozzi di Legambiente – una palude”  di Lorenzo Galeazzi

twitter l_galeazzi

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