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Cronaca
3 Ottobre 2014 | di

Video-storia: dal “modello Lampedusa” ai respingimenti in alto mare, fino alle stragi

Il tema immigrazione irrompe prepotentemente nel 2008, quando i flussi dalla sponda Sud del Mare Mediterraneo hanno un’impennata. Quell’anno a Lampedusa sbarcano 80mila migranti, il 75 per cento in più dell’anno precedente. Così le autorità italiane mettono in atto un efficiente dispositivo sia in mare, per la ricerca e il soccorso, che a terra, sull’Isola siciliana, per il riconoscimento e lo smistamento in altre strutture sul Continente.

La pressione a Lampedusa è fortissima: è stata scelta come frontiera e gli isolani, che vedono i proventi del turismo assottigliarsi, non ci stanno. Ma anche a Roma il problema è incandescente, tant’è che, con il cambio della guardia a Palazzo Chigi, il tandem Berlusconi-Maroni firma degli accordi con la Libia di Gheddafi per il blocco delle frontiere. Ma soprattutto il capo del Viminale dà il via alla contestata pratica dei respingimenti in alto mare, decisione che costerà, nel 2012, al Belpaese una condanna da parte della Corte di giustizia europea.

Ma le politiche di contenimento, anche le più restrittive, servono poco quando a Sud dell’Europa c’è un intero continente che vuole scappare da fame, malattie e persecuzioni politiche. Il tappo salta nel 2011, l’anno delle primavere arabe prima in Tunisia, poi in Egitto e Libia. Nonostante il notevole aumento dei viaggi della speranza fosse stato ampiamente previsto, Maroni si fa trovare impreparato e già a febbraio 2011 Lampedusa è un enorme campo profughi a cielo aperto. Sì, perché nel frattempo il Viminale aveva deciso di chiudere il centro di primo soccorso e accoglienza, ma poco importa ai 50mila clandestini che nel corso dell’anno sbarcano sull’Isola.

Il 2011 fa registrare un altro record negativo, quello dei morti in mare: 2400. Molto peggio dell’annus horribilis che fu il 2008 con i suoi 1300 dispersi. I viaggi proseguono imperterriti e si alternano a un ritmo inquietante con i naufragi. E’ per questo che, a luglio 2013, papa Francesco decide, come primo viaggio da Pontefice, di visitare la porta d’Europa e di richiamare le coscienze delle istituzioni alle proprie responsabilità. Purtroppo non serve perché, ancora Lampedusa, il 3 ottobre dello stesso anno è il teatro della più grande tragedia del Mediterraneo dalla fine della Secondo conflitto mondiale: naufragano in 400 a poche miglia dal porto e dall’incantevole Isola dei conigli. Il bilancio è di 366 morti e 20 dispersi. Dopo quell’episodio, il governo Letta decide di mettere in piedi l’operazione Mare nostrum salvando  63mila migranti dall’annegamento, quasi la metà dei 120mila arrivi di questi ultimi 12 mesi. Nonostante gli sforzi delle Forze armate italiane, continua il bollettino di guerra e nel 2014 (che è ancora in corso) scompaiono in mare 3072 persone.

Ora, e siamo ai giorni nostri, con l’annunciato disimpegno di Mare nostrum e l’entrata in vigore della missione europea Frontes plus, il rischio concreto è che Lampedusa torni a essere “la frontiera”, di nuovo meta finale dei viaggi della speranza. Il che vuole dire, alla luce dell’esplosione dei flussi migratori, ancora più morti nel Canale di Sicilia  di Lorenzo Galeazzi

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