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Diritti
10 Luglio 2014 | di

Donna siriana incinta respinta dalla Svizzera. “Niente soccorsi, la bambina è morta”

Nel 2014, in Svizzera, si può perdere una bambina al settimo mese di gravidanza perché le suppliche di un marito vengono ignorate dagli agenti di polizia. Questo l’epilogo della storia dalla famiglia di Omar Jneid, 33 anni, insegnante di lingua araba in Siria e di sua moglie Suha Al Hussen, 22 anni, incinta alla 27esima settimana. Storia che ha inizio con la fuga dall’orrore della guerra. Assieme ai tre figli e all’anziano padre di Omar, arrivano in Italia a bordo di un barcone. Soccorsi in mare dalla marina militare, vengono poi trasferiti a Perugia. Decidono di non fare richiesta di asilo per poter continuare il loro viaggio e raggiungere alcuni parenti in Germania, la meta finale dove stabilirsi e costruire una nuova vita. Ma in Germania non sono mai arrivati.

I gendarmi francesi fermano 36 profughi siriani e li riaccompagnano a forza alla frontiera da cui provengono, quella di Vallorbe, in Svizzera. Tra loro c’è anche la famiglia di Ormar. Ha inizio il calvario della giovane madre incinta. Il racconto di Omar: “Veniamo caricati su un furgone della polizia svizzera. Mia moglie inizia a stare male, ma a nulla valgono le richieste di aiuto. La polizia non fa nulla e si limita a portarci in un centro di identificazione. Il viaggio dura un paio d’ore. Poi ci chiudono per altre quattro ore in una cella. Suha accusa dolori addominali e comincia a perdere sangue”. A quel punto, spiega il marito, le si rompono le acque. “Chiedo l’intervento di un medico, e dico che sono pronto a pagare. Niente. La polizia ci carica tutti su un treno senza disporre una barella o una sedia a rotelle per mia moglie”. Le porte si chiudono, direzione Italia.

A Domodossola la famiglia trova ad attenderli gli agenti della polizia di frontiera. Sono loro i primi a prestare soccorsi alla giovane in attesa dell’intervento dei sanitari. Immediato il trasporto in ospedale, dove viene sottoposta a una visita ginecologica. Qui la terribile notizia. La bambina che porta in grembo è morta. Ora la famiglia di Omar chiede giustizia. Annuncia denunce contro la polizia francese e quella elvetica, e dice di volersi rivolgere alle Nazioni Unite. Intanto il caso finisce in Parlamento, il deputato Enrico Borghi (Pd) ha reso nota un’interrogazione al ministro dell’Interno, Angelino Alfano, affinché sia fatta luce sulle responsabilità e sull’attuazione delle norme internazionali.

La coppia è attualmente ospitata dal comune di Domodossola, mentre i due figli più grandi sono al centro di accoglienza di Milano, insieme al nonno. “Qui in Italia abbiamo trovato un po’ di umanità e di questo ringraziamo tutti – sono le parole che Omar rivolge alle telecamere -. Siamo venuti in Europa convinti di scappare dalla guerra, ma abbiamo incontrato la morte. Pensavo di venire nella civiltà ma ho trovato indifferenza e dolore”  di Alessandro Madron

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